Per gli allievi dell’ “Académie de danse”
C’era grande animazione sabato 19 giugno intorno all’appena restaurato Teatro Norba di Conversano: gli allievi dell “Academie de Danse” con la direzione artistica dei maestri Elena Di Cuonzo e Paolo Quirino, si apprestavano alla rappresentazione del saggio di fine corso che quest’anno ha per titolo “Il bosco fatato”.
Quando finalmente il sipario si apre quel tanto che basta per far arrivare sul proscenio la presentatrice, il pubblico emozionato ed attento, prova a sbirciare oltre le tende per indovinare chi è già sulla scena, chi sono e cosa rappresentano quelle figure immobili in una posa plastica, vestite di verde che attendono di animarsi all’avvio delle prime note.
Quando le luci si accendono, parte la musica ed entrano in scena “La tata e le bambine”, ormai è fatta, lo spettacolo è incominciato l’emozione deve essere trattenuta a freno, sentita quel tanto che serve a mantenere alta la concentrazione e a dare il massimo in quei pochi minuti dell’esecuzione del balletto mettendo a frutto ciò che si è appreso in un anno di studio e di impegno appassionato. E’ da alcuni mesi che Elena e Paolo progettano il saggio, cercano un tema che faccia da filo conduttore per tutti i balletti, che consenta ai giovani interpreti di immedesimarsi nei personaggi in un fantastico gioco di ruoli.
In platea intanto genitori, nonni e zii, amici e compagni di scuola seguono con attenzione e con un po’ di palpitazione, specialmente la mamme che hanno fatto proprie le paure della vigilia dei giovani interpreti: il timore di sbagliare in maniera goffa, plateale, di non ricordare più i passi, di perdere una scarpetta o magari un pezzo del costume.
E quasi mai c’è il silenzio assoluto, e tutto un indicarsi ora l’uno ora l’altro, specie quando ad esibirsi sono le più piccole, tra cui c'era un maschietto, a fare da calabrone tra tanti vezzosi fiorellini sulle note del Valzer dei Fiori dallo Schiaccianoci di Tciajkowskij. E benché sia espressamente sconsigliato, difficilmente si rinunzia ad immortalare con un flash la ballerina che più ci fa battere il cuore, magari avremo una foto che non renderà giustizia alla grazia dell’esecuzione del passo, ma tant’è.
Intanto sul palco lo spettacolo continua con naturalezza, spontaneità sembrerebbe, ma niente di ciò che accade è per caso, al contrario, è frutto di studio, di scelta mirata: le musiche, le coreografie, i costumi, le luci. Le coreografie, curate da Elena, devono raccontare del programma di studio svolto da ciascun corso, servire a mettere in luce il livello di preparazione raggiunto, i progressi effettuati, le doti possedute dai singoli. Ciò che sembra spontaneo è in realtà frutto di studio, di ricerca della perfezione. Anche un sorriso, che nasconda la tensione e lo sforzo, costa caro. Elena lo ripete sempre durante le nostre chiacchierate: la danza nasce dal cervello, è percezione del corpo in ogni sua parte, è movimento consapevole, intenzionale, occorre memorizzare i passi, ma soprattutto imparare a sentire la musica e a muoversi di conseguenza con tecnica e rigore. La danza è disciplina. E questi ragazzi nei lunghi mesi di studio hanno lavorato in questo senso.
- In sala – sottolinea Elena – chi ha talento lavora insieme a chi ne ha meno, lo sforzo è quello di portare tutto il gruppo a raggiungere lo stesso livello, lavorando sui singoli e permettendo a tutti di imparare. La nostra “scuola” si ripropone di consentire a tutti di danzare, anche a chi non diventerà mai un ballerino professionista, perché la danza è una forma di espressione artistica e la scuola deve assecondare questa passione.
Il saggio di fine corso allora serve ai ragazzi per mettersi alla prova davanti ad un pubblico amico, certo, ma pur sempre un pubblico che giudica, nota i progressi fatti, l’armonia dell’insieme, la sincronia dei balletti.
Il saggio è una vetrina, uno stimolo a fare meglio, perché alla fine del corso c’è bisogno del riscontro del pubblico, c’è l’appagamento che solo l’applauso può dare, magari quello spontaneo che parte a scena aperta a sottolineare l’emozione comunicata da una figura ben riuscita, da un passo più difficile eseguito a dovere.
E’ l’applauso che ripaga della fatica, delle rinunce, dei sacrifici fatti per conciliare l’impegno della danza con lo studio e con tutte quelle cose che normalmente i ragazzi fanno.
- E’ importante il saggio di fine corso - dice Elena - e il teatro è la sua sede naturale, è importante l’emozione che solo le tavole del palcoscenico possono comunicare; sono importanti l’ambientazione, le luci, i costumi, che fanno da contorno alla coreografia.
- Chi se ne occupa? - le chiedo.
- Con Paolo scegliamo le musiche, curiamo la regia luci: io disegno personalmente i costumi, mi ispiro al tema che abbiamo scelto, studio il modello, il colore, scelgo il tessuto, niente è lasciato al caso. Quest’anno ad esempio il costume delle lucciole era realizzato con un tessuto che al buio si illuminava.
L’abito deve sottolineare la bellezza del corpo che la danza ha contribuito a modellare, a volte si muove al ritmo della musica (come i cappellini e le gonnelline dei “Funghi”), asseconda il movimento, ne evidenzia la leggerezza (come nel caso delle ali delle “Farfalle”), aiuta i ragazzi nell’immedesimazione con il personaggio che interpretano.
Le luci riprendono i colori dei costumi, “sentono” il ritmo, evocano significati, suscitano emozioni.
- Per la scelta delle musiche avremo ascoltato un’ottantina di CD – dice Paolo – non era facile trovare ad esempio un pezzo che rendesse l’idea delle “Rocce” che si muovono, poi la scelta è caduta su un pezzo di Harley Summers.
Elena aggiunge: - Quest’anno abbiamo preferito fare una scelta musicale che non fosse commerciale, la gran parte dei brani era sconosciuta al grande pubblico, abbiamo scelto musiche scritte per la danza, come quelle di Ludovico Einaudi. In sala si è lavorato anche sull’ascolto musicale per dare modo agli allievi di abituarsi a ritmi ed a sonorità sicuramente diversi rispetto a quelli che sono abituati ad ascoltare. Il brano utilizzato per il balletto dei “Funghi”, per esempio, era un brano di musica jazz non facilissimo, ma che poi per le bambine ha finito con il diventare familiare. La musica cambia anche in relazione all’anno di corso, alle più grandi sono stati affidati brani più complessi. Se il gruppo è più affiatato i risultati sono migliori.
A noi che siamo in platea con il naso all’insù a guardare i nostri ragazzi molte di queste sono sconosciute, tutto sembra naturale, scontato, ma basta provare a “zummare” sui loro visi per scoprire la tensione che neanche il sorriso riesce a nascondere, per cogliere una smorfia di disappunto se qualcosa non è andata per il verso giusto, basta vedere come si cercano con lo sguardo per capire la serietà dell’impegno.
E se per caso fossimo tentati di guardarli con un occhio troppo critico, forse dovremmo ricordare a noi stessi che non si tratta di ballerini professionisti, ma di ragazzi che coltivano una forte passione, quella della danza, e allora anche qualche chilo in più o qualche centimetro in meno non sono così importanti. Occorre avere rispetto per i sogni di questi ragazzi, se tra di loro ci sarà qualcuno che ne farà una professione tanto meglio, ma nel frattempo occorre avere la consapevolezza che di sogni pur sempre si tratta, che questa deve essere un’attività fatta per divertirsi, per stare insieme, per dare sfogo alla propria gioia di vivere che si manifesta nel movimento che asseconda la musica, che nasce da dentro, parte dal cervello, ma si nutre degli slanci del cuore.
Prof.ssa Rosella Vitulli